[accedi]

Mathea

Rimasi impalata un istante a chiedermi perché non mi fosse mai venuto in mente di colorare di blu i sassi della strada...
Passammo davanti a una casetta  grande come una credenza ma alta tre piani. Dentro non ci poteva stare nemmeno un mobile, chi  vi abitava  usava la costruzione come fosse un palo per legarci l'amaca.

Arrivammo sotto casa di Prefisso. Era una di quelle appese come altalene.
– Questa è casa mia. Vi inviterei volentieri, ma dondola sempre  e il thè si rovescerebbe. Per cui andiamo a casa di Rubrica.
– E’ comodo abitare in una casa che dondola?– gli chiesi.
– E’ comodo stare alla finestra e cantare, ed è comodo dopo pranzo perché non hai bisogno di sparecchiare: basta una piccola spintarella, le stoviglie cadono tutte giù dal tavolo frantumandosi e voilà, ti basta solo scopare e buttare tutto fuori dalla porta.
Casa di Rubrica era a pochi metri. Si trattava di un’abitazione col tetto a punta, ma testa all’in giù, e per giunta issata su un palo alto e liscissimo. Come se fosse un rifugio  per uccellini col capogiro, come se i cronopi invece degli aculei avessero le ali.
– Ecco, questa è casa mia. Mi piacerebbe invitarvi, ma è troppo difficile entrare, bisognerebbe avere le ali.
– Rubrica si dimentica sempre che i cronopi non hanno ali – disse Prefisso.
– Davvero, non ce le hanno? – chiese una cronopia di nome Aspirina.
– Come fai ad abitare in una casa in cui non riesci a entrare? – chiese Patogato.
– Non ci abito, molto semplice. Chiedo ospitalità agli amici – rispose Rubrica.


                                                                                                                        da:  Il diario di Michius e Mochius, racconto per ragazzi, inedito